Rifiuti plastici e tessili trasferiti in Cina tornano come giocattoli

Martedì, 28 Marzo 2017

CENTINAIA di tonnellate di rifiuti plastici e tessili partono da anni senza le necessarie autorizzazioni dal porto di Livorno e da altri porti italiani verso la Cina, l'Africa e numerosi Paesi emergenti. Inquinano vasti territori, minacciano la salute degli operai che li riciclano eli trasformano, producono immensi guadagni a organizzazioni criminali. E tornano in dietro sotto forma di giocattoli, peluche, talvolta anche biberon, pericolosi per la salute dei bambini perché le plastiche usate sono inquinate. I carabinieri forestali hanno seguito le tracce di centinaia di spedizioni. Ne è nata un'inchiesta-monstre della procura antimafia di Firenze per associazione a delinquere transazionale finalizzata al traffico di rifiuti speciali. Nelle scorse settimane la pm Angela Pietroiusti ha inviato avvisi di chiusura indagine a 98 persone, fra produttori di rifiuti, intermediari e spedizionieri, e a 61 aziende, molte delle quali del comparto tessile pratese. A ciascun gruppo di produttori, intermediari e spedizionieri è contestata una specifica associazione a delinquere. In tutti i casi sono ipotizzate false dichiarazioni sulla tipologia di rifiuto e la predisposizione di falsa documentazione per ingannare le autorità doganali. Gran parte del business deriva dal mancato rispetto degli obblighi di igienizzare i rifiuti tessili, che vengono caricati nei container senza essere stati trattati ma vengono falsamente dichiarati come "friperie", cioè recuperati. La plastica, gli scarti dell'industria tessile e gli stracci non sono classificati come rifiuti pericolosi, ma il loro potenziale inquinante è spaventoso, specie se non vengono preliminarmente trattati e igienizzati. Una enorme quantità di rifiuti plastici ha preso la via della Cina, che raccoglie il 70% della plastica e dei materiali elettronici gettati via nel mondo. Anche la Cina, tuttavia, impone delle regole ma - secondo l'inchiesta - esse sono state sistematicamente violate. Molte delle spedizioni sono state organizzate - sostiene l'accusa - «con il contributo di un gruppo criminale impegnato in attività illegali in Cina, guidato da un soggetto non identificato». Questo gruppo - scrivono gli inquirenti - «è risultato essere il punto nodale di smistamento di un quantitativo enorme di rifiuti pervenuti irregolarmente in Cina» e, «muovendosi in stretto raccordo operativo con speditori operanti in Italia, ha costantemente alimentato la violazione della normativa di settore».Anche la Tunisia accetta rifiuti dall'Italia, ma impone delle regole che, secondo le accuse, sono state violate in centinaia di spedizioni (molte anche di rifiuti urbani). E non solo: i container sono stati inviati anche in Paesi come il Vietnam e l'Albania, dove è vietata l'importazione di stracci. Tonnellate di rifiuti sono state inviate in Moldavia, Guinea, Senegal, Congo, Togo. 

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