Rifiuti, ultima chiamata dall'Europa servono 7 miliardi di investimenti

Lunedì, 18 Dicembre 2017

Eche meglio rappresenta la spaccatura che ancora esiste tra Nord e Sud Italia. Per dirla in modo ancora più diretto, iltema dei rifiuti marca un solco ancora più profondo tra le regioni settentrionali che stanno al passo con le medie dei più avanzati paesi del nord europee e le regioni meridionali. Le quali noni sono solo offrono servizi più arretrati, ma - in molti casi -violano persino le direttive di Bruxelles. Ma il settore rifiuti e arrivato alla sua battaglia decisiva. E non potrebbe più permettersi di perderla. Perchè in ballo ci sono oltre 7 miliardi di investimenti necessari per far rientrare l'Italia nel novero delle nazioni al passo con «la corretta gestione del cielo dei rifiuti che riveste un ruolo fondamentale perché garantisce controllo e tutela ambientale e al contempo consente alla risorse, sia materiali che energetiche) di non venire sprecate». Lo scrive un documento di Utilitalia, l'associazione che raccoglie le società dei servizi pubblici, controllate dagli enti locali: le aziende che vi aderiscono coprono il 55 per cento della popolazioneBasta dare un'occhiata ai numeri principali del settore per capire ancora meglio di cosa si stia parlando. In Italia, su una produzione arutua di 488 chilogrammi dì rifiuti pro -capite (leggermente più alta della media europea a 474 chilogrimmi procapite), le media della raccolta differenziata nel nostro paese è pari al4 7,5 per cento del totale. Ma con una fortissima differenziazione geografica. Le regioni delNord arrivano al 58,6 per cento di rifiuti trattati e recuperati (addirittura superiore alla media Ue), si scende poi al 43,8 per cento delle regioni del Centro Italia per precipitare a133,6 per cento del Meridione. Quest'ultimo dato influisce molto sui numeri della raccolta differenziata nelle grandi aree metropolitane, dove Ave circa un terzo degli italiani (22 milioni di persone) con 10,9 milioni di rifiuti prodotti (su un totale di 29,5 milioni), la parte recuperata è del 40,8 per cento.La spaccatura in quanto accade nel settore rifiuti risulta ancora più evidente se si prendono in esame debolezze e punti di forza. Nel primo caso, i fattori negativi vanno da un eccessivo groviglio di norme e competenze talvolta in contraddfzione tra di loro alla mancanza di uno strumento che assicuri con continuità gli investimenti. Il primo ostacolo è normativa le leggi, oltre a essere in continua evoluzione, arrivano da urta serie di fonti sovrapposte (hanno competenza sia lo Stato che le Regioni e le province) e spesso in conflitto tra loro. Lo stesso vale sulla gestione del servizio: anche in questo caso le competenze sono diverse, e qui si inseriscono, oltre ai tre livelli già citati anche i Comuni e gli Ato (gli ambiti territoriali operativi che raggruppano più comuni).ome scrive nel suo documentoUtilitalia «il sistema di govemance è eterogeneo, incoerente e stratificato. Ostacola la crescita industriale del settore, ancora caratterizzato da molti operatori di piccola e piccolissima dimensione che non riescono nemmeno ad accedere al credito per effettuare gli investimenti minimi necessari a garantire un servizio di qualità, efficace ed efficiente». Il secondo problema riguarda la mancanza di impianti per il recupero dei rifiuti, il che comporta che il 28,4 per cento dei rifiuti raccolti finisce ancora in discarica: una percentuale che nelle regioni meridionali sale ancora di più, fino a superare il 50 per cento. II che ci mette contro le direttive europee, con multe milionarie annesse, come nel caso delle discariche in Campania.Questo ci porta alla questione economica: di quanti investimenti avrebbe bisogno il settore permettersi al pari del resto d'Europa e ai fabbisogni dei cittadini? Secondo i dati, gli investimenti effettuati nel quinquennio 2011-2015 sono stati 1,3 miliardi di euro (pari al33, 33,5 per cento del valore della produzione di tutto il settore), ma secondo il pareredegli esperti il fabbisogno si aggira attorno a 6-7 miliardi. Entrando nel dettaglio: per la fase della raccolta, selezione e valorizzazione occorre 1 miliardo, per il trattamento della frazione organica 1,5-2 mïliartl, per il recupero di materie ed energia dei rifiuti indifferenziati 3,5-4 miliardi. Quest'ultimo è anche il punto più controverso: si sta parlando di inceneritori, gli impianti più contestati dalle comunità locali ogni volta che ne viene progettato uno. Anche se sarà difficile risolvere il problema della chiusura delle discariche nel Meridione senza l'apporto del termovalorizzatori. Soprattutto se si vuole evitare, coane sia accadendo per Roma, di dover trasportare i rifiuti prodotti via treno o via camion, nelle regioni settentrionali dotate invece di inceneritori.Per spingere gli investimenti, da tempo è stata individuata la strada dì trasformare la tassa sui rifiuti in tariffa, in modo che sia omogenea per tutta Italia, sul modello di quanto fatto perla tariffa sull'utilizzo dell'acqua potabile. E affidare all'Autorità dell'Energia, la determinazione del riconoscimento degliinvestimenti realizzati dagli operatori. Un provvedimento già contenuto nella riforma Madia (che nel suo complesso fu bocciata dalla Consulta) e ora affidata a un emendamento nella legge di Bilancio.Il quadro, in ogni caso, non è del tutto negativo. Non mancano eccellenze e società di primo livello, per quanto concentrate nel centro-nord Italia. Questo ha permesso, per esempio, di migliorare le prestazionirispettoal restod'Europa: in quattro anni, la media nazionale di raccolta differenziata è aumentata di 10 punti, passando dal 37,5 al 47,5 per cento. In contemporanea, si è ridotta la q unta di rifiuti finita in discarica, è passata dai 13,3 milioni di tonnellate del 2011 ai 7,8 milioni de12015. la alcuni casi specifici, il settore ha già raggiunto gli obiettivi europeL E' il caso degli imballaggi, dove la quote di recupero è arrivata al 65 per cento. Lo stesso vale per la componente organica: 'Mentre molti paesi europei - scrive Utilitalia - non hanno ancora sviluppato la raccolta differenziata ili questa frazione, gli italiani ne raccolgono mediamente 100 chilogrammi ogni anno producendobiogas, biometano e fertilizzante agricolo. Infine, il riciclaggio: tra carta, vetro, plastica, legno o materiale organico, in Italia si producono 15 milioni dì tonnellate di materie prime "seconde".

 

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