Piazza «latrina», rabbia operatori

«Ormai è ridotta ad un bivacco». Non solo bidet all’aperto: «Famiglie sparite, zero servizi e attrazioni»

Giovedì, 17 Luglio 2014

Il clochard si è ritirato su i pantaloni dopo averla fatta davanti alla chiesa. La piazza non ci riesce ancora. No, non riesce a riassettarsi e a ritrovare lo smalto perduto. «Sono qui dal 1985: un degrado del genere non l’avevo mai visto» brontola dal suo bar Andrea Cini, uno di quelli che al Giotto lega il suo presente e le sue memorie. La piazza mastica amaro. Le scene del clochard che la fa nell’angolo della chiesa passano di mano in mano. Ma in terra resta ancora la carta igienica che il «nostro» ha usato per ripulirsi. Frammenti, a ridosso della bacheca parrocchiale, lì dove campeggiano i manifesti del Papa. «La vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza» invita Francesco, come se lanciasse anche lui uno scudo per difendere la mensa a fianco della Caritas. Che del resto nessuno o quasi mette al centro del mirino. «Il problema non è dare da mangiare a chi ha fame: è una situazione diventata invivibile». Corinna Dalla Noce spiega dall’edicola quella che è la linea diffusa. «Qui davanti ormai è un bivacco: fateci caso, le famiglie non si fermano più, nelle panchine non si siede nessuno, c’è chi ha paura ad attraversarla». Negli occhi ha ancora la scena di due giorni prima, quel water a cielo aperto, è stata la prima ad accorgersene. «Ci vorrebbero iniziative, giochi per bambini: portare gente, è l’unica diga». Non tutti ci credono troppo. Luca Bracciali dalla tabaccheria va al sodo. «Non ho niente controla Caritas ma siamo chiari: se non togli quella mensa non cambierà niente. Poi ognuno scelga come crede, ma gli altri sono solo palliativi». In piazza intanto si snodano i vari momenti della giornata. C’è chi esce dalla mensa e sfila a occhi bassi, come se non volesse farsi vedere. «Li guardi — ci dicono dal Bar Giotto — sono quelli che pagano per primi la prepotenza degli altri: alzare la voce per chiedere un intervento in fondo è aiutare loro». In effetti camminano come volessero rendersi invisibili. Gli altri sono in piazza, quasi a tempo pieno. «Li vedo — spiega dall’erboristeria Simona Catalani — tutto il giorno: quella panchina è sempre occupata, gente sdraiata, non parlano, il cartone del vino a fianco». Quelli punteggiano l’intera piazza. Ne trovi nei giardinetti di fianco alla chiesa, i bidoni ne sono pieni. «I bisognosi vanno aiutati: ma lo sono davvero tutti?». A lanciare il dubbio dal Caffè di Piazza è Svetlana Vassileva, la titolare. «Ognuno di noi ha passato fasi critiche: ma in quelle non compri alcol e liquori, ne fai a meno». Al suo fianco Fabrizio Torzoni lancia un appello al sindaco. «Credo sia una persona speciale, lo stimo: e gli chiedo una risposta speciale. Capisco Icastica: ma un’opera in meno e una doccia pubblica in più non sarebbe meglio?». Anche lui parla di situazione invivibile ma va più in là. «E’ accoglienza offrire a questa gente solo una panchina? Non un bagno, non una doccia, non una mano se non il pranzo al quale comunque pensa la Caritas: se poi la fanno in piazza possiamo lamentarci e basta?». Meno tenera con Fanfani una residente, Cristina Tonietti. «E’ un quartiere residenziale ridotto ad un bagno a cielo aperto: è chiaro di chi sia la colpa». In coro chiedono più controlli. «Quando c’era il vigile di quartiere se ne sentiva la presenza» ricorda Cini. Ma sanno per primi che il vigile non basta. «O decidiamo di rilanciare questa piazza, di darle una scossa, di riempirla come avviene col mercatino del mercoledì o tutto è inutile». Ma Cini non si arrende. Lui, testimone della piazza che era. E di quella che oggi sogna di ritirarsi su i calzoni e ritrovare un po’ di dignità.