A Palazzo Cavallo 550 euro a testa. Tasse fra le più basse in Toscana

Meglio degli aretini solo livornesi e pistoiesi: 55 milioni di entrate

Martedì, 31 Marzo 2015

E POI OGNI VOLTA che piove ce la pigliamo con Palazzo Cavallo per le tasse che ci fa cadere sulla testa: Imu, Tasi, Tari e chi più e ha più ne metta. Ahinoi, direbbe lo specchio della matrigna cattiva della favola: il Comune provvisoriamente gestito da Stefano Gasperini sarà anche cattivo, ma gran parte degli altri capoluoghi della Toscana lo sono molto di più. Vedere per credere la classifica della pressione fiscale pro-capite (quella delle tasse locali, ovviamente) che pubblichiamo nel grafico a fianco. Nella loro regione gli aretini sono fra quelli che stanno meglio: 555 euro a testa nel 2013, la metà che a Siena, la mai troppo amata cugina che si acchiappa il record della più tartassata. Ma peggio di noi stanno, in questa graduatoria costruita sulla base dei dati sulle entrate tributarie di tutti i Comuni capoluogo italiani pubblicati dal Sole 24 Ore, la gran parte delle altre città toscane: non solo Siena, dunque, ma anche Pisa, Grosseto, Firenze, Massa, Lucca e Prato. Tutti sopra, di poco o di tanto, i 555 euro degli aretini. Ci battono soltanto i pistoiesi, che beati loro, si fermano a 506 euro, e soprattutto i livornesi, con soli 374 euro. Certo, il regno di Bengodi, ammesso che nel Belpaese esista, sta altrove. Vedi alle voci Trento e Bolzano, dove si fa fatica ad arrivare a 300 euro per abitante. Lo spiegano anche le cifre in valore assoluto: 33 milioni di entrate tributarie da tasse locali nel capoluogo dell'Alto Adige, 34 in quello del Trentino. Sono i benefici dell'autonomia, perchè come vi spiegherà qualunque esperto di finanza comunale, tanto maggiori sono i trasferimenti che giungono da Roma, tanto minore sarà la pressione fiscale che ricade sulle spalle dei contribuenti. E quanto ad entrate che giungono dal governo, trentini e sudtirolesi non li batte nessuno. GLI ALTRI CAPOLUOGHI, quelli che non godono di un trattamento tanto favorevole, devono arrangiarsi stringendo il torchio su chi paga le tasse. Ma c'è chi picchia di più e chi di meno. Tanto per dire, Arezzo per abitanti è il quarto capoluogo della Toscana, dietro Firenze, Livorno e Prato ma per pressione fiscale complessiva (cioè le entrate totali dei Comuni) scende al sesto posto, alle spalle anche di Pisa e di Siena. Il che può dipendere o dalla volontà politica di usare la leva fiscale per coprire spesa corrente e investimenti o dalla necessità di ovviare a tagli particolarmente drastici dei trasferimenti. ATTENZIONE, PERÒ, perchè che gli altri stiano peggio non vuol dire affatto che qui vada tutto bene madama la marchesa e niente toglie alla polemica politica di chi contesta il sistema tributario locale per come è stato costruito dall'attuale amministrazione. Siamo di fronte a scelte discrezionali, essenzialmente politiche appunto, che possono essere giudicare solo dagli elettori col loro voto. Al cronista, invece, sta di rimanere ai fatti e di spiegare cosa c'è dentro quei 55 milioni di entrate fiscali di Palazzo Cavallo. La fetta più grossa è costituita dall'Imu, che una volta si pagava anche sulla prima casa e che ora grava su seconde case, capannoni, negozi e via dicendo. Da sola vale intorno ai 26 milioni. La seconda voce, per importanza, è invece la Tari, la tassa sui rifiuti, che agli aretini costa intorno ai 18 milioni l'anno (in crescita per le pretese di Sei Toscana, parzialmente contestate almeno dai Comuni aretini). Al terzo posto c'è la Tasi, con 5 milioni. Più coriandoli di altri tributi, dalla Tosap alle affissioni. Le scelte appunto sono politiche: gravare meno sulla casa principale e più sugli altri immobili, venire più o meno incontro alle richieste di Sei. Giusto o meno, la valutazione tocca a noi aretini. Anche col voto.