Accordo sul clima, ultima chiamata Ma Cina e India rifiutano i diktat

Martedì, 1 Dicembre 2015

IL MESSAGGIO più diretto, come suo solito, l’ha mandato Papa Francesco, dal volo che riportava dall’Africa. «Adesso o mai più. Siamo al limite del suicidio, per dire una parola forte. Sono sicuro che la quasi totalità di quelli che sono a Parigi abbiano questa consapevolezza e vogliano fare qualcosa. Io mi auguro che sia così, e prego per questo». Ancora una volta, sono preghiere quantomai utili, perche i negoziatori dei 195 Stati partecipanti alla ventunesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico sono stretti tra la consapevolezza che occorra trovare un accordo globale e le profonde diversità di vedute sugli strumenti da usare per centrare l’obiettivo di contenere entro i due gradi – come suggeriscono gli scienziati dell’Ipcc – il riscaldamento globale. La conferenza ha dodici giorni per trovare una quadra o fallire come Copenaghen 2009. Ieri è toccato ai capi di Stato lanciare i loro messaggi. Ribadire le loro promesse. E fissare i loro paletti. «Sono venuto di persona come rappresentante della prima economia mondiale e del secondo inquinatore – ha detto Barack Obama – per dire che noi, Stati Uniti, non solo riconosciamo il nostro ruolo nell’aver creato il problema ma che ci assumiamo anche la responsabilità di fare qualcosa in proposito. Dobbiamo avere, qui e adesso il potere di cambiare il futuro».«Sulle ossa sbiancate e i resti abbandonati di numerose civiltà c’è una scritta: troppo tardi – ha aggiunto il presidente americano, citando Martin Luther King – per questo almeno noi non possiamo arrivare in ritardo». Il problema è il come. Obama non ha la maggioranza al Congresso e al Senato, sa che i repubblicani non voteranno mai un Kyoto bis. E così per gli americani e i Paesi i via di sviluppo – Cina e India in primis – la via maestra per centrare l’obiettivo di un riscaldamento inferiore ai due gradi è quella degli impegni volontari. Per gli europei, i russi e diversi Paesi del Terzo mondo è invece quella degli impegni vincolanti. Sono due visioni difficilmente conciliabili. «In gioco – ha detto il presidente François Hollande – c’è il futuro della vita sulla Terra. Per questo non servono mezze misure, serve un accordo vincolante e un meccanismo di controllo sugli impegni assunti, con verifiche ogni 5 anni». «Servono obiettivi ambiziosi, esaustivi, giusti e vincolanti», ha convenuto la cancelliera tedesco Angela Merkel. «L’accordo – ha sottolineato Matteo Renzi – deve essere il più vincolante possibile, altrimenti corre il rischio di essere un impegno scritto sulla sabbia». A sorpresa, a loro si è unito anche il presidente russo Vladimir Putin che ha chiesto «un accordo globale, efficace, equilibrato e giuridicamente vincolante che limiti entro i 2 gradi il riscaldamento climatico».  MA CRUCIALI per una intesa sono i due grandi Paesi in via di sviluppo che non erano nell’accordo di Kyoto. La Cina, primo inquinatore mondiale, e l’India. «Ci impegnamo a partecipare alla lotta ai cambiamenti climatici – ha affermato il presidente della Cina, Xi Jinping – ma ricordiamoci che la Cop21 non è un traguardo ma un punto di partenza per una nuova governance globale del cambiamento climatico». Come dire, non voliamo troppo alto. «E i Paesi sviluppati – ha aggiunto – devono mantenere l’impegno dei 100 miliardi all’anno per i Paesi più poveri». Tradotto: vogliamo impegni differenziati e niente di vincolante. «Abbiamo bisogno di energia fossile – ha aggiunto l’indiano Narendra Modi – che certo va resa più pulita. Ma le nazioni ricche non devono imporre la fine del suo utilizzo». Qui sta il punto. Senza l’addio sostanziale alle fonti fossili dopo il 2050, e un robusto taglio prima, la strada verso un futuro sotto i due gradi resta proibitiva. Questa è la sfida di Parigi. Trovare il modo e le risorse per disegnare un futuro diverso, con meno carbone e petrolio e più equità. E farlo con un accordo degno di questo nome. Difficilissimo.

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