Viaggio sul nastro trasportatore dove scorrono errori e orrori

LA REVET DI PONTEDERA TRASFORMA I COSIDDETTI MULTIMATERIALI

Sabato, 5 Agosto 2017

TRASCORRERE un’ora con Giovanni al nastro trasportatore del grande capannone della Revet di Pontedera, equivale, per l’utente anche se virtuoso, a un duro esame di coscienza. Con assoluzione ad alto rischio. Siamo davvero certi di non aver mai buttato nel bidone del “multimateriale leggero”, ovvero (come da foto esterna) degli “imballaggi”, nient’altro che vaschette di polistirolo e buste della mozzarella, lattine dei pelati e sacchetti delle patatine, bottiglie di plastica e tetrapak, flaconi vuoti e pellicole di domopak (vetro escluso)? Domanda legittima, visto che al vaglio di Giovanni, addetto alla selezione- della-selezione (a mano, con ovvio aumento dei costi) del multimateriale, saltano fuori, in ordine: uno snowboard, una piscina per bambini, una camera d’aria di bici, un triciclo, un costume da Tigro, un racchetta da tennis, una sedia da giardino, una tenda canadese, vari peluche, stivali di gomma, pezzi di forassite, e la giornata è lunga e a sera la montagna della cattiva coscienza sarà un piccolo everest. Tutti i giorni così, e hai voglia a prendertela con gli utenti, “il problema non dipende solo da loro”, spiega Diego Barsotti, responsabile comunicazione dell’impianto Css (centro di selezione e stoccaggio, uno dei 33 di tutta Italia) della Revet, tempio toscano di raccolta, selezione, e avvio al riciclo dei rifiuti differenziati, cui fa capo l’80% regionale di plastiche, alluminio, acciaio, vetro, cartoni, poliaccoppiati per alimenti come il tetrapak. Nel 2016 180mila tonnellate (erano 130mila nel 2012), in crescita costante «per il ridursi dell’indifferenziata, il che è un bene, ma anche dell’aumento degli imballaggi indotto dai nuovi stili di vita, il che è un male, i pranzi fuori casa con le vaschette, le monoporzioni dei single, le bottigliette e i vassoietti e i tetrabrik dei turisti che intasano i centri storici». E le esigenze di marketing dei produttori? Sordi ai richiami a dismettere certi materiali (esempio: le bottiglie rivestite completamente da un’etichetta, che attrae clienti ma le esclude dal riciclo del Pet), per non parlare dei sacchetti ‘argentati’ dei biscotti, i cui strati di materiali diversi sono difficili da recuperare. L’eco-imballaggio ha ancora vita grama, in Italia, e comunque anche la normativa non scherza, quanto a demeriti, se è vero che ragiona per funzioni (imballaggio) e non per materia, che per il cittadino sarebbe molto più chiaro. Insomma: posso incolpare la signora che non sa dove buttare una pentola vecchia (nell’indifferenziata? O nel “multimateriale”, come dovrebbe, anche se l’aggettivo “leggero”, che significa solo “senza vetro”, rischia di sviarla?), e alla fine sbaglia in buona fede? Così, nonostante i camion scarichino rifiuti (in teoria) già separati, molto c’è ancora da fare, oltre alla riselezione per materiale (anche a mano), per purificare ogni frazione differenziata da un 10-15% di roba sbagliata. Un esempio? La tazzina da caffè di ceramica. Piccola e cattiva, un cui minimo frammento rende impuro ogni nuovo prodotto vetrario, vanificando la differenziata di una intera campana del vetro.

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