Il tredicesimo Rapporto Ispra sui rifiuti speciali che sono quattro volte i rifiuti urbani

Giovedì, 2 Aprile 2015

Quando si parla o si legge di rifiuti spesso ci si riferisce ai rifiuti urbani, quelli che stanno più vicini ai cittadini e che d’obbligo le amministrazioni pubbliche devono gestire, sia che lo facciano in proprio o che affidino il compito a gestori. Altrettanto spesso si ignora che i rifiuti urbani sono solo una parte, o per meglio dire un quarto, della quota complessiva dei rifiuti prodotti: i tre quarti dell’ammontare dei rifiuti prodotti nel nostro Paese è rappresentato infatti dai rifiuti speciali (pericolosi e non), che sono quelli che provengono dall’esercizio di attività produttive, commerciali o servizi e che sono gestiti in maniera privatistica. Anche la contabilizzazione di questa tipologia di rifiuti è più complessa rispetto agli urbani, tanto che gli stessi rapporti ufficiali stilati dall’ISPRA evidenziano una seria difficoltà a raggiungere un dato certo e per molte tipologie di rifiuti speciali, come i rifiuti del comparto edile, si parla di “stime”. Il dato che emerge dall’ultimo Rapporto Ispra, presentato recentemente a Pisa, che si riferisce alla produzione del 2012, è una flessione della produzione totale di rifiuti speciali, rispetto all’anno precedente, pari al 2,1%, passando da 137,2 milioni di tonnellate a 134,4 milioni di tonnellate.  E se, da un lato, diminuisce leggermente la quota dei rifiuti speciali non pericolosi, dall'altra aumenta (+8,1%) quella dei pericolosi, talvolta provenienti da attività economiche “non individuate” o “non censite” nei parametri Istat. I rifiuti speciali non pericolosi sono 110,5 milioni di tonnellate (il 93,8%) mentre i pericolosi censiti risultano pari a 7,3 milioni di tonnellate (6,2%). Tra i rifiuti non pericolosi, i rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione costituiscano il 41,3% della produzione totale, quelli prodotti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue quasi il 26%, cui seguono i rifiuti prodotti dai processi termici, che rappresentano il 7,8%, e quelli dell’agricoltura e della preparazione di alimenti con quasi il 7%. La maggiore produzione di rifiuti pericolosi è ascrivibile al settore manifatturiero, circa il 40% del totale, corrispondente a oltre 3,7 milioni di tonnellate. Il 26,9% è, invece, attribuibile alle attività di trattamento rifiuti, mentre il 19,8% proviene dal settore dei servizi, del commercio e dei trasporti, che produce, tra l’altro, circa 1,2 milioni di tonnellate di veicoli fuori uso. Nel 2012, i rifiuti speciali gestiti in Italia sono stati circa 136 milioni di tonnellate, comprensive degli stoccaggi prima dell’avvio ad operazioni di recupero/smaltimento, che riguardano circa 18,2 milioni di tonnellate. A questi si aggiungono quasi 6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali derivanti dal trattamento di rifiuti urbani e computati nel loro ciclo di gestione. Le diverse tipologie di gestione cui sono sottoposti i rifiuti speciali indicano che la quota predominante (74,9%) va al recupero di materia, l’1,7% a recupero di energia, il 9,4% è smaltito in discarica, il 13,6% è destinato ad altre operazioni di smaltimento e lo 0,4% è incenerito. Diversa la modalità di gestione dei rifiuti speciali pericolosi, che solo al 23,5% va a recupero di materia e d il 2% a recupero energetico, mentre il resto viene smaltito (14% in discarica, 5,4% ad incenerimento e il 54,6% ad altre tipologie di smaltimento).  Sulle modalità di raccolta, trattamento e smaltimento l'Italia presenta un quadro a macchia di leopardo e non tutte le regioni si dimostrano virtuose: la Toscana, che risulta la sesta regione per quantità di rifiuti prodotti, è nel gruppo che si distingue per la gestione. La produzione complessiva ammonta ad oltre 10 milioni di tonnellate (di cui oltre 2 milioni da operazioni di raccolta, trattamento e recupero di rifiuti urbani) e di queste solo l’8% è avviato a discarica o ad incenerimento, il resto viene recuperato.